Un ristorante a Parigi: il Cottage Marcadet. Verdetto: “Ni”


P
hoto by yuichi.sakuraba

Vi dicevo un po’ di tempo fa di quanto sia ormai difficile a parigi mangiare ragionevolmente bene a prezzi ragionevolmente contenuti.
E d’altro canto, sono perfettamente conscia del fatto che, come dicono gli inglesi “when you pay peanuts you get monkeys” ovvero che, spesso, quando paghi poco o niente hai… niente.
Ho pero’ avuto ultimamente il piacere e l’onore di recarmi in un stellato Michelin qui a Parigi (una stella, per la precisione, che di per sé nella mia esperienza è già una granzia) e di essere rimasta alquanto…perplessa…Che poi spesso mi si dice che sono molto esigente (oddio, il termine utilizzato è un altro, ma vabbè) ma non faccio apposta. Intendiamoci: non ho la pretesa di essere una specialista di sapori, proprietà organolettiche e quant’altro, ma so quello che mi piace e quello che non mi piace.E puntualmente, quando nella mia boccuccia entra qualcosa è come se si mettesse in moto uno scanner: senza che io lo voglia è come se si accendessero una serie di lucette che molto prima di comunicarmi piacere o disappunto, mi inviano decine di informazioni su quel che sto mangiando ed in qualche modo mi trovo ad analizzare, mio malgrado,  la “texture” ed “il gusto”. Giusto o sbagliata che sia, a questa analisi seguono in me due tipi di rezioni : estasiata o  incavolata (interiormente o meno, tutto dipende dalle circostanze). Da quando poi la mia amica sommelier Roberta mi incoraggia ad annusare sempre quello che ingerisco (perché, dice,  è essenziale per la nostra memoria olfattiva e dal profumo di un alimento o di un vino, si capiscono già tante cose, oltre ad essere il profumo già di per sé un piacere), le reazioni sopra descritte possono iniziare molto prima…Mi piacciono le cose semplici (come un buon salame, una buona sopressa), ma anche quelle elaborate. Quel che mi risulta irritante è quando vogliono “vendermi” un piatto complesso con ingredienti, per esempio, mediocri.

Tutto questo preambolo per parlarvi di un ristorante che classificherei con un “ni”.
Il luogo, pur trovandosi in una zona non molto trendy  del 18 arrondissemnt di Parigi, si vuole piuttosto chic, come si conviene del resto a un ristorante stellato.
L’accoglienza è compunta, vagamente sussiegosa.( Un critico francese e difensore della grande qualità, oggi convertitosi ai discount, (tempora mala currunt) soleva dire che molto spesso l’atteggimento altezzoso del personale nelle grandi maison, in realtà nasconde una grande ignoranza: anche dei prodotti che, in teoria,  queste persone dovrebbero rappresentare.)
Primo errore: non hanno la prenotazione, che pure è stata fatta sul loro sito internet. Ci accomodano ad un tavolo carino  e ci portano in guisa di benvenuto un grissino “artigianale” (mah), caldo ma…vecchio! E lì la Panta (che sarei io) si incavola (interiormente questa volta, per non addolorare il cavaliere che la ha invitata, ovvio). Il dialogo interiore della sottoscritta è più o meno di questo tipo: “Ma come puoi pensare, tu “Chef” che io non mi renda conto del fatto che hai riscaldato un grissino vecchio??”
Soprassiedo, notando comunque che l’omaggino è arrivato prima che ci venisse proposto – come è d’uso in questi luoghi – un aperitivo. Che richiediamo, visto che si erano affrettati a porgerci il menù.
Segue una “mise en bouche” (ovvero un assaggino della casa),  che consta di un cornettino di pasta fillo riempito con una brunoise di peperoni rossi, zucchine e melanzane, completato da germogli di broccoli. La presentazione è molto carina, ma i germogli…salati.
Continuiamo con delle scampi bretoni avvolti in una leggerissima panure e succo di rapa rossa. Gli scampi sono davvero deliziosi, grossi, gustosi ed assolutamente carnali. Magari io avrei evitato la panure: un prodotto cosi’ sarebbe da gustare in purezza! Ma questo, lo ammetto, è un mio personalissimo gusto.
Poi arriva un rombo con carciofi, cannolicchi  ed essenza d’olio d’argan. E qui casca l’asino. Innazitutto perché hanno aggiunto panna, che raramente sta col pesce e che in questo paese, ahimé,  tendono a mettere ovunque. Poi,  perché i fondi di carciofo si vede ad occhio nudo che sono surgelati. Infine, ma non meno importante, il rombo ha un sapore…qualunque. Non che non sia fresco, per carità, ma…insapore.
Facciamo allora il conto: di tre cose assaggiate, solo una è degna di nota. No, dimenticavo; c’è anche il vino. Quello è notevole. Si tratta di un borgogna:  Saint Joseph bianco del 2006 (Domaine Chaize). E “solo” a 50 euro la bottiglia (che è il prezzo che si paga in una banale “brasserie” per bere maluccio).

Il caffé viene poi servito con un splendido piattino rettangolare sopra al quale vi sono tanti mini cucchiaini sfiziosi, dolci.
Costo del tutto? 260 Euro per due persone . E’ vero, siamo a Parigi, mangiare al ristorante costa comunque caro. Ma qui siamo in uno stellato Michelin ed io a 260 Euro mi spiace, ma esigo che TUTTO sia perfetto: dall’inizio alla fine: servizio, qualità della materia prima, ricette.
Ci sono in questo ristorante anche menù a 29 e 35 euro ( per un secondo e dessert). Varranno la pena? Forse alcuni piatti sono migliori di quelli da noi assaggiati? Ci ritorneremo per verificare? Ni.

Cottage Marcadet

151 bis, Rue Marcadet
75018 Parigi (France)
Tél. : +33 (0)1 42 57 71 22

Giorni ed orari di apertura :
Dalle 12 alle 14 e dalle 19.30 alle 22
Dal martedì al sabato compreso

2 Risposte to “Un ristorante a Parigi: il Cottage Marcadet. Verdetto: “Ni””

  1. Lucia Says:

    @alem: che dici ale…? Perplessa anche tu?


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