Bisol: il prosecco non ha più confini

Già affascinata da Venissa, dalla sua filosofia e dallo splendido quadro che la costituisce, mi sono avvicinata a Bisol, storica famiglia del prosecco e del Cartizze a Valdobbiadene, anche attirata da un modello imprenditoriale di successo e da una comunicazione (grazie anche a Michela de Bona, responsabile delle relazioni esterne), davvero non comuni, perlomeno nel mondo assai conservatore del prosecco ( un esempio tra i tanti:  l’azienda è stato lo sponsor del red carpet lunge, alla mostra del cinema quest’anno)…
Gian Luca Bisol, il direttore, è presente ovunque sulla scena, con un’energia, un aplomb, una gentilezza e una professionalità abbastanza rari nel settore. E se è vero che un bravo imprenditore lo si vede anche dalla scelta dei suoi collaboratori, potremmo dire che anche in questo ha fatto centro: chiunque io abbia avvicinato nel corso delle mie visite, prima a Mazzorbo (sede di Venissa) e poi a Valdobbiadene, mi ha gradevolmente sorpreso per efficienza, conoscenza del prodotto e grande disponibilità.

Ma parliamo un po’di cifre. Il fatturato della maison è di 13,5 milioni di euro, 2.190.000  bottiglie prodotte e 121 ettari,  di cui 43 di proprietà e 78 in affitto.
Il 54% delle vendite sono destinate all’estero. Bisol è arrivato anche in Cina e in Francia, paese in cui nei primi 6 mesi del 2012, le importazioni di Champagne e altri spumanti sono cresciute del 40%, per 880.000 litri, quelle di Prosecco e altre bollicine italiane del 87%, a 822.000 litri.
Sono cifre che parlano chiaro, esattamente con le idee del suo direttore, con cui ho fatto quattro chiacchiere a Valdobbiadene qualche giorno fa

Sig Bisol, avete un marketing e una comunicazione davvero eccellenti. Qual è il vostro segreto?
Ho sempre pensato che un’azienda debba fare un prodotto di altissima qualità.  Ma se a questa qualità non si associa una buona visibilità e una comunicazione adeguata, il lavoro non viene apprezzato dal mercato. La mia mente è sempre divisa a metà tra il rispetto di una qualità rigorosa e mettersi nei panni del consumatore, in altre parole vedere l’azienda dal di fuori. E poi ci sono gli incontri e  ognuno di questi apre una nuova porta che ci fa vedere delle possibilità di ampliamento nella conoscenza della nostra azienda. In altre parole, non si tratta che di altissima sensibilità alle opportunità che questa  offre, sensibilità nell’approfondirla e decidere se queste opportunità sono idonee al messaggio che si vuole veicolare.

In altre parole lei mi sta facendo il ritratto di un buon imprenditore…
In realtà questo è l’approccio di un addetto al reparto marketing. Un buon imprenditore dovrebbe pensare ai conti …

Lei quindi unisce queste due qualità…
Certo, anche se poi i conti non li trascuro, ma preferisco delegare, poiché la mia anima  è più incline al prodotto e alla conoscenza di questo. Però l’imprenditore per eccellenza è quello che guarda i conti e poi pretende dai suoi collabori di governare ogni area dell’attività dell’azienda  con assoluta eccellenza e in assoluta conformità a questi. Io a volte preferisco magari spendere un po’ di più, penalizzando magari un pochino i risultati a fine anno. Se io fossi venale nel senso buono del termine, come altri imprenditori, molte cose non le farei. Poiché il ritorno non è misurabile e non sempre immediato.

Come spiega il successo del prosecco nel mondo e più particolarmente in Francia dove ci sono molte reticenze poiché è terra di champagne…
Sono due temi diversi. Nel mondo in generale,  il successo del prosecco è determinato dalle sue caratteristiche principali: semplicità e quindi la sua appetibilità per qualunque palato più o meno preparato.
E  poi il rapporto qualità prezzo è  straordinario e l’ immagine che veicola molto forte di italianità, che è un tema sempre comunque sulla breccia, come la ristorazione e  la moda.

… e in Francia?
Non è un mercato facile,  però dal prosecco i francesi rimangono comunque affascinati perché è un bere diverso. Capiscono che non è alternativo allo champagne ma complementare. E’ un lavoro che andrebbe fatto quello di promuoverlo in Francia, anche  se sarebbe impegnativo…

Voi comunque siete riusciti a vincere questa diffidenza poiché in Francia siete presenti. Come siete riusciti a proporvi, tenendo conto che il prezzo di uno champagne base è di 20 euro?
Ancora l’italianità. Vi sono ristoranti italiani che diventano ambasciatori del made in Italy rispondendo così al desiderio dei francesi di esperire l’italianità. In Bretagna, poi, la confraternita  ha nominato il nostro pas dosé metodo classico come l’unico e il migliore abbinamento per le ostriche della Bretagna.

Davanti a  questa grande quantità di prosecco che arriva a Parigi,  dove ormai il prodotto è ormai di moda a prezzi anche molto bassi con qualità talora scadenti, come contate di tutelare la vostra immagine?
La stratificazione dell’offerta in termini di prezzo e di qualità, esiste in ogni tipologia di vino e esiste anche nello champagne. Mi è capitato di vedere negli scaffali dei super in Francia,  degli champagne intorno a 10 euro. Il rapporto che c’è tra lo champagne a 10 euro e quello a 100, è lo stesso che esiste tra il prosecco che parte dalle cantine a 2€50 e quello,  come da noi in alcuni casi,  anche a oltre 20 euro.
Lo chamapagne parte da costi di materie prime e lavorazione diversi: l’uva dello champagne costa 5 euro al chilo e  quello del prosecco doc, l’anno scorso, andava dagli 80 a 1 euro,  mentre quest’anno dovrebbe andare dai 60 ai 70 centesimi al chilo. C’è un rapporto uno a  dieci dei costi dell’uva. Non parliamo poi dei costi di lavorazione: il prosecco è uno spumante che ha un ciclo di produzione molto breve,  perché tende a portare nel bicchiere la freschezza e i profumi floreali che sono molto percepiti e apprezzabili quando è giovane, laddove invece lo champagne necessita di tempi più lunghi. Allora i prezzi di 9-10 euro dello champagne (parlando di aziende commerciali),  sono perfettamente allineati con quelli del prosecco doc di 3 euro a bottiglia,  che sono venduti in Francia a 6. Qualità basiche, non interessanti per un palato fine,  ma che sono oneste in tutti i casi, poiché i costi di lavorazione  e le decine migliaia di bottiglie prodotte, giustificano costi così competitivi. E’ una piramide di qualità che è giusto che ci sia in linea, come nel mercato c’è una piramide di capacità di percepire i prodotti da parte del consumatore.

Ma per fare la differenza bisogna conoscerlo il prodotto. Allora quando il consumatore francese che non sa cosa sia il prosecco, deve scegliere tra le varie etichette esistenti, su che cosa si basa?
Il prezzo determina una forte identità del prodotto. La gente  non ha sempre lo stesso approccio quando compra, dipende dalle occasioni. Possiamo comunque affermare serenamente che finalmente dal 2009, nel mondo del prosecco c’è una certificazione della qualità a tutti i livelli. Prima, c’era una vera e propria minaccia che ci esponeva a vini imbevibili. Oggi c’è la fascetta numerata anche sulla doc che è facoltativa ma che è  stata scelta dal Consorzio. Quindi siamo in una botte… d’acciaio!

Quali sono i suoi obiettivi per il suo vino in futuro?
Occupare per  ogni categoria del prosecco  (prosecco doc,  prosecco superiore, prosecco superiore singolo vigneto,  fino al cartizze) il 5% superiore di ogni categoria come quota di mercato. In altre parole, offrire il meglio di ogni fascia di questa piramide di qualità. E quindi diventare il punto di riferimento assoluto e incontrastato.

2 Risposte to “Bisol: il prosecco non ha più confini”

  1. ilgamberorusso Says:

    adoro il tuo lavoro!deve essere fantastico…certo mi rendo conto che non è per tutti, ci deve essere una competenza dietro notevole!Brava Radicchio noi gamberi ti adoriamo!

  2. Lucia Says:

    ilgambero: grazie mille, molta passione più che altro, questo sì. Mi sento onorata di essere onorata da voi gamberi, davvero!!


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